“Vendemmia, festa dell’uva e festa dei cuori”.

7 settembre 2014 Musica e Poesia Bergamasca0

“Fammi abbracciare una donna che stira cantando”, dichiarava una canzonetta di successo di qualche decennio fa. Ci troviamo nel bel mezzo del secolo d’oro della musica leggera eppure non si canta più nemmeno sotto la doccia… Sappiamo invece che una volta non era così, soprattutto in occasione della vendemmia: “inni fiorivano in tutte le gole”.

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Stagiù de vendömia…

Dré ai filàr do che i mèrse i se piega,

töte piene de grate marüde,

a l’è töt ü regói, ü cantà…

(Stagione di vendemmia…/ Dietro ai filari dove i tralci si piegano, / ricolmi di grappoli maturi, / è tutto un raccogliere, un cantare…). Scriveva Abele Ruggeri de la Ranga (Ranica).

Il Cicamara (Gianni Levati) non è da meno nel commemorare la gioia dei vendemmiatori.

Lo stile è volutamente gioppinorio, come sempre. “La vendemia era una festa per grandi e picini; tra i filari si sentiva parlare, ridere, cantare, mentre numerevole ceste di uva andavano a riempire il carro tirato dal somarello o anche da una pacifica mucca e il nonno brontolone passava tra i filari a controllare che nessun grappolino venisse dimenticato tra il fogliame e guai se un chicco di uva veniva sprecato!… Dove sono al giorno d’oggi le piante, le vigne, la vendemia, tutte queste belle cose che facevano il buon sangue e la gioia della gente semplice e umile di una volta? Oggi si cerca la gioia nella motoretta…”.

Si potrebbero chiaramente trovare testimonianze radicalmente opposte alla linea “laudatoria” del passato fin qui perseguita; nessuno vuol negare la fatica del vendemmiare pur privilegiando l’euforia corale che si impossessava dei vendemmiatori. “Eravamo in tanti a cogliere l’uva – scrive un’ospite della Casa di riposo di Vertova- e mentre si lavorava, si cantava. Dopo cena andavamo subito a dormire perché eravamo stanchi morti… e poi al mattino ci si doveva alzare presto.”

Anche Ada Negri non può fare a meno di rievocare i canti festosi di chi raccoglie l’uva.

                      …Un cadere

di grappoli d’uve ben gonfi,

ben densi di vivido succo,

dolce sangue, dolce miele,

per entro i capaci canestri.

E canti furono, canti

di fresche giovani vendemmiatrici

erti i canestri sul capo

fra l’eterna bellezza del cielo

e l’eterna bontà della terra.

Il vino fa cantare anche quand’è nel grembo materno. Ora  non cantano più nemmeno i ciochetù; tranne in montagna, dove, quasi per incantamento, intonano canti popolari perfino i sobri.

È inoltre tramontato il tempo in cui i professori assegnavano nei primi giorni di scuola il tema: “Vendemmia, festa dell’uva e festa dei cuori”. Ci associamo a Mons. Chiodi nel sentenziare: “Addio gioia della vendemmia, canti nel sole di settembre e mosti ubriacanti e dolci”.

In compenso, stando zitti, dalle nostre parti si produce vino di migliore qualità.

Mappa dei vini pregiati bergamaschi dell’Ottocento

                                                                            RUGGERI_BOATTI

Ruggeri da Stabello (1797-1858) non si limita alle lodi convenzionali del buon vino locale, ma ci fornisce indirettamente la mappa dei vini bergamaschi che andavano per la maggiore nella prima metà dell’Ottocento …

Ed or qui bevi ancora allegro ed ebbro

Con noi festoso e garrulo- L’ottimo vin di Cicola,

Gandosso e di Chiuduno- E di Cenate l’inclito

del più bel numer uno- E di Caleppio l’ottimo

E d’Argon e Trescore- Che sempre con amore

 Bevuto ognor sarà.
Né lasceremo stupidi- Gorlago né Carobbio,

né quello di San Stefano, – Né quello di Zandobbio,

né quel d’Adrara balsamo, – Né il massimo di Scanzo,

Che sempre d’ogni pranzo- L’onor coronerà.

Ruggeri definisce balsamo il vino di Adrara… Viene in mente la canzone popolare, quella del vin di pergola “che è dolce come balsamo, se non sarà di balsamo sarà di vero amor”.

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