Gioppino scarpe grosse cervello fino

Gioppino scarpe grosse cervello fino

Chi è solito aggirarsi nel pomario (in de l’órt) delle tradizioni locali non rinnegherà mai Gioppino per Arlecchino. Quest’ultimo è certamente una griffe spendibile a tutte le latitudini, un testimonial d’altissimo lignaggio e gradimento: ma proprio per questo motivo sono in tanti -e a ragione- a contendercelo. Gioppino, invece, è interamente nostro. Per quanto riguarda Arlecchino poi (la cui origine è remota e complessa) dobbiamo consolarci col fatto che “lo Zanni e l’Arlecchino rimandano a due tipi fissi che evocano entrambi, a teatro, un bergamasco di umile estrazione sociale”.  Lo scrive Sylvie Favalier parlando del tempo della Serenissima in Storia sociale e economica di Bergamo.  Ricordo che lo Zanni è il facchino, il servitore, l’uomo di fatica senza cultura che nel Cinquecento lasciava le valli bergamasche per cercare di che sfamarsi a Venezia. Era oggetto quindi di scherno per via dei modi grossolani e del linguaggio “ridiculoso” e incomprensibile per i veneziani.

 

Lo Zanni è però il padre, l’archetipo di alcune tra le più importanti maschere della Commedia dell’arte, certamente lo è di Arlecchino e Brighella. Ancora nel 1750 Goldoni deve precisare (cfr. Il teatro comico) che: “I comici fra di loro chiamano l’Arlecchino il secondo Zanni e il Brighella il primo”. E a proposito delle quattro maschere della Commedia Italiana scrive: « Le Pantalon a toujours été  Vénitien, le Docteur a toujours été Bolonnois [bolognese], le Brighella et Arlequin ont toujours été Bergamasques »

Ma l’Arlechì (e con lui Brighella) da secoli ormai non riassume in sé le caratteristiche del popolano orobico d’antan e non spetta a lui impersonare la bergamaschità (espressione che il senatore Giuseppe Belotti mi dichiarò di non gradire per via dello schità finale; e come non dargli ragione).

Il ruolo di nostro portavoce compete, dunque, al figlio de Bórtol Söcalónga e Maria Scatoléra: il trigozzuto Gioppino, come dovettero sottolineare più volte in rima i fratelli Angelo e Piero Astolfi negli anni Cinquanta.

Mé só ‘l Giopì de Bèrghem,
gh’è póch de cicerà,
e gnà Arlechì o Graèla
no i pödrà töm la mà.
Perché lur du de Bèrghem
l’è ü pèss che i è ‘ndàcc ivià
e al pòst del bergamasch 
i parla ol venessià.

(Io sono il Gioppino di Bergamo, / c’è poco da chiacchierare, / e né Arlecchino, né Brighella / potranno scavalcarmi./ Perché loro due da Bergamo / è da un pezzo che se ne sono andati / e al posto del bergamasco / parlano il veneziano).

E ancora:

Ogne tàt gh’è quach discors
sura i maschere d’Italia,
e gran póch i se dà cönt
che per Bèrghem i se sbaglia,
perchè mai no i völ capì
 che la nosta l’è ol Giopì!

(Di tanto in tanto c’è qualche discorso / sulle maschere d’Italia / e si preoccupano poco del fatto / che sbagliano per quanto riguarda Bergamo, / perché non vogliono capire / che la nostra è Gioppino!).

QUANDO NASCE GIOPPINO?

                                    Caravaggio chiesa di San Bernardino, particolare da un affresco di Fermo Stella (1531)

NEL 1500 INCONTRIAMO UN SUO PROBABILE ANTENATO

Uno dei monumenti più significativi di Caravaggio è senz’altro la chiesa di S. Bernardino, situata a lato del vialone del Santuario. Sul tramezzo centrale (la parete che isolava i laici dal coro, riservato ai monaci) vi è affrescata una Crocifissione risalente al 1531, attribuita prima a Francesco Prata ed ora a Fermo Stella. La animano personaggi raffigurati con vivezza e realismo grottesco; tra loro si evidenzia la figura di un soldato trigozzuto che alza verso il Redentore la sua picca sormontata dalla spugna intrisa di aceto (altre lance si levano verso il Crocefisso, ma non si distingue chi le regge).

Il bizzarro personaggio è vestito con una specie di tunica di grosso panno verde, aperta a doppio petto sulla corazza, ha il suo bravo elmo in testa, ma un’inconfondibile ghégna da Gioppino.

Negli anni trenta, Sereno Locatelli Milesi sostenne la tesi che lo Stella abbia qui realizzato la più antica raffigurazione della nota maschera. L’affermazione del Milesi suscitò un vespaio di polemiche. L’ipotesi rimane, comunque, suggestiva. L’autore del dipinto è caravaggino (Caravaggio, 1490 circa – 1562 circa) e pertanto suddito milanese all’epoca, facile quindi che abbia messo alla berlina i bergamaschi. Come? Affidando ad un milite trigozzuto (prerogativa orobica) il ruolo di chi disseta Nostro Signore con l’aceto. Un po’ come nella barzelletta in cui un parroco non orobico e ostile ai bergamaschi mette in bocca a Giuda la sentenza: “Pòta, harói mia mé Hignùr òl traditùr! (non sarò io Signore il traditore) ”.

Vi è infine un sonetto di Peder da Serniga del 1529, in cui si nomina un certo Jopilach (Gioppino?)

Cà e gàcc mangì insèm, e coi agnèi
stàghi in la stala ol lüf sensa offendii…
Piovi vernaza e fiòchi casonsèi
ol còrp s’alarghi al stìtich de dolcessa
sgrignasi Jopilach el dì e nòcc

(Cani e gatti mangiate insieme, e con gli agnelli / stia nella stalla il lupo senza molestarli… / Piova vernaccia e fiocchino casoncelli /il corpo s’allarghi allo stitico di dolcezza/ sganasci Jopilach giorno e notte).

Se non siamo alla presenza di Gioppino poco ci manca: i casoncelli ci sono, l’ironia grossière pure, manca un vinello nostrano, sostituito qui dalla più letterariamente titolata vernaccia.

L’UOMO SELVATICO PRECURSORE DI GIOPPINO?

Umberto Zanetti, erudito e poeta,  collega la figura di Gioppino
all’uomo selvatico… Soprattutto per via del tarello.
Il riferimento più concreto alla figura dell’homo salvadego in territorio brembano si trova nell’affresco posto all’ingresso della casa di Arlecchino, a Oneta  sopra San Giovanni Bianco. L’irsuto personaggio, munito di un grosso bastone, è posto a guardia dell’edificio e, come recita il cartiglio, minaccia di prendere a randellate eventuali malintenzionati:

Chi non è de chortesia,
non intragi in chasa mia;
se ge venes un poltron,
ce darò col mio baston.

L’eclissi di Jopilach e la fortuna di Bortolino

Nel 1600 e durante tutto il Settecento Jopilàch non verrà più menzionato dai poeti locali. A decretare l’occasionalità delle citazioni gioppinorie cinquecentesche è soprattutto l’esclusione del personaggio trigozzuto dal poema Il Goffredo dell’Assonica, vale a dire dall’opera che riformula in bergamasco la Gerusalemme liberata del Tasso, impaginandola secondo l’immaginario orobico dell’epoca.

Nel Settecento poi l’aggettivo che qualificherà i bergamaschi sarà quello di Bortolino… E si può intuirne il perché se ancora il Manzoni ricorre al nome di Bortolo per designare il cugino bergamasco di Renzo.

L’abate Giuseppe Rota (1720-1792) nel censire i bergamaschi parla di 200.000 Bartolomei (Bortolo è variante ipocoristica di Bartolomeo):

In töt l’è ol pòpol de Bertolamé
Dösènto mile a ‘ndaga sö coi pé.

Il grande poeta milanese Carlo Porta (1775-1821) definisce i bergamaschi bortolin bergamaschin…

Il revival di Arlecchino, ma Gioppino è in fasce

Il testimonial più gettonato di Bergamo continua però ad essere Arlecchino al punto che le stampe che celebrano la Rivoluzione bergamasca del 1797 (innescata dalla presenza delle truppe napoleoniche) contrappongono a Pantalone, simbolo della “tirannide” veneta, proprio Arlecchino. Costui, pur rappresentando i liberi cittadini di Bergamo, parla il venessiàn come l’antagonista Pantalone che sta prendendo a pedate: “L’è pur vegnuda l’ora: va via Galioto!”

E addirittura il poeta Gregorio Fontana, filofrancese come l’amico Lorenzo Mascheroni, definisce la Bergamo rivoluzionaria Arlecchinopoli.

Mascheroni, la vostra Arlecchinopoli
Ha dato un passo sì sublime e raro
Che più di Roma e di Costantinopoli
II suo nome sarà famoso e chiaro:
Venerata oggimai da tutti i popoli,
Della meta più eccelsa è giunta al paro.
O libertà ! sono portenti tuoi
Trasformar gli Arlecchini in tanti eroi

Gioppino però sta per fare la sua comparsa. “Se non altro per il vestito, che è quello dei rivoluzionari francesi”, scrive monsignor Chiodi (dopo aver ricordato come primo documento “gioppinorio”  una supplica del  22 dicembre 1700, con la quale una certa Maria Bissona chiedeva il permesso di erigere sotto i portici del Palazzo della Ragione una baracca per poter poscia far ballare i burattini).  

La divisa dei soldati cisalpini ricorda l’abbigliamento di Gioppino

PIETRO RUGGERI DA STABELLO (1797-1858)

IL PROMOTER DI GIOPPINO

Ad animare alla grande Gioppino nel teatro di figura sono stati i burattinai: Battaja e Pasqualì, cioè  Battista Battaglia (morto nel 1834) e Pasquale Strabelli (1804-1865). Va inoltre precisato che è solo a partire dalla metà dell’Ottocento che la figura di Gioppino e l’aggettivo che deriva dal suo nome diventano l’equivalente di tutto ciò che è bergamasco. Questo accadrà grazie ai versi dedicati al più noto dei burattini bergamaschi da Pietro  Ruggeri da Stabello.

Ruggeri da Stabello (1797-1858) in un ritratto dell’amico Enrico Scuri

Nel 1832  Ruggeri pubblicherà il primo fascicolo delle sue Rime chiamandole ancora bortoliniane (da Bortolo), cioè col nomignolo impiegato dai milanesi per indicare i bergamaschi, che condideravano fin da allora con una certa sufficienza:

Ma che l’abbia mo adèss de vegnì via
Di Bortoling magutt e gozzattun
Cont un linguagg de can de tartaria…

(Ma che adesso debbano farsi avanti /dei bortolini manovali e gozzottoni / con un linguaggio da cani di tartaria…).

La figura di Gioppino torna di frequente nelle poesie del poeta di Stabello, il quale  nutre un così grande rispetto per i burattinai sopramenzionati da prenderli a modello, utilizzando la penna per far ballare i burattini (I fó balà de spèss, ma co la pèna), con la certezza di non poter comunque superare artisticamente i suoi maestri. Alla morte del burattinaio Battaglia scriverà:

Mórt ü papa  se n’ fà söbet ün óter
sul al Battaja avrà nissü l’unùr
de sücéd a sostègn Giopì e bandéra!

(morto un papa se ne fa subito un altro / solo al Battaglia nessuno avrà l’onore /  di succedere a sostenere Gioppino e bandiera).

Nel 1836 intitolerà La baraca del Battaja il più fortunato fascicolo delle sue Rime Bortolinine. Il lungo poemetto ha per protagonisti i burattini e Gioppino la fa da mattatore. Incontriamo anche la sua “ramorata”, la Margì (Marietta) a cui dedica dei versi d’amore finiti in musica grazie al maestro Aldo Sala (1912-2002).

 SERENADA A LA MARGì nell’interpretazione di L. Ravasio

(da Bütiga de Antiquare, 1985 – versi di P. Ruggeri da Stabello, musica di A. Sala)

 

LA PATRIA DI GIOPPINO

Ancora il Ruggeri ci fornisce indicazioni sul paese di provenienza di Gioppino e certifica in versi che la sua patria è Zanica. Lo fa in un componimento del 1842 intitolato Gran sògn gioppinorio

Dì chi sei? Dove sei nato?
I tuoi anni il tuo mestiere?
So de Sanga ol poer Giopì
E cheumpit ho i quarant’agn
Vanghe, sappe e fo ol facchì,
Come i ved zà di mé pagn.
Mort ol Zoja disperat
La chitara ho ereditat .

( Sono di Zanica il povero Gioppino / e ho compiuto quarant’anni / vango, zappo e faccio il facchino / come potete vedere dai miei panni. / Morto lo Zoia disperato / la chitarra ho ereditato).

Anche il Ruggeri non sarà fortunato negli ultimi anni della sua vita. Il poeta ormai vecchio e in miseria si ridurrà a vendere quadri agli avventori dei caffè. Era per i suoi concittadini ü giopì

Una caricatura di Pietro Ruggeri del 1854.

E té Giopì nassìt in chèl de Sanga

Per concludere… Gioppino ha avuto una così grande fortuna da diventare la genuina maschera del territorio, anche se poco gradita ai moderni assessori al turismo e alla cultura per la sua connotazione local e sovranista. L’aggettivo gioppinorio è oggi usato come sinonimo di bergamaschità e di tradizione… Gli stessi burattini vengono chiamati giopì, così come l’organo ufficiale del Ducato di piazza Pontida è il Giopì. L’importante che non ti diano del giopì

Degni eredi li hanno avuti sia il Battaglia che il Ruggeri…

E se ancora oggi carmina non dant panem, quello del burattinaio, invece, rimane un antico mestiere di successo, con un grande futuro.  

Pietro Roncelli e Luciano Ravasio

La canzone che spiega le origini del nome Gioppino (da Giosepì, Giuseppino) ed altro ancora…

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