Fiera di Gandino

Fiera di San Giuseppe a Gandino la quarta domenica di quaresima

A Gandino la storica Fiera di San Giuseppe è anche un’occasione per riscoprire le tipicità. L’appuntamento – che risale al 1600 e cade puntualmente la quarta domenica di Quaresima – è per quarta domenica di quaresima di ogni anno, dalle 7 del mattino alle 7 di sera.

Le vie del borgo medievale saranno occupate da centinaia di banchi vendita con articoli di artigianato ed enogastronomia, cui si affiancheranno i negozi locali. Il Museo della Basilica (con ori, argenti, sete e merletti di pregio inestimabile) sarà aperto per visite guidate, mentre sul sagrato sarà attivo un mercatino con oggetti d’antiquariato.

Intanto nel Parco Comunale Verdi, a pochi passi dal Municipio, sarà allestita la “Cittadella del Gusto”, con prodotti tipici a chilometro zero e degustazioni all’insegna della tutela della qualità.

Presente lo stand del Mais Spinato di Gandino, antica varietà che la comunità ha riscoperto e rilancia attraverso molteplici iniziative e prodotti: la classica farina da polenta, i frollini, «Camisocc» (ravioli), le gallette, il gelato, la birra e le chiacchiere, in vendita negli esercizi del paese. Proprio in occasione della Fiera di San Giuseppe vengono distribuiti i semi per la nuova stagione coltiva, con un’apposita area dove sarà possibile scambiare sementi fra hobbisti.

Presenti anche gli stand delle associazioni di volontariato e due aree luna park dove far divertire i vostri bambini e adolescenti.

LE ORIGINI DELLA STORICA FIERA

Il 15 marzo 1802, durante l’effimera avventura della Repubblica Cisalpina imposta e sostenuta dalle armi napoleoniche, la Municipalità di Gandino così riferiva all’autorità superiore in una dettagliata relazione sulla situazione economica, sociale e amministrativa, del paese:

“Nel giovedì di ciascuna settimana si tiene un mercato già a secoli stabilito per la vendita dei panni ed altri articoli di lana. Con decreto dell’ex Veneto Senato 7 gennaio 1792 tale mercato fu esteso anche alle biade e al bestiame. I principali generi di contrattazione sono le pannine. Vi sono pure due fiere annuali, una nella settimana di San Giuseppe e un’altra il giorno dell’Assunta. Al mercato concorrono, per la maggior parte, i mercanti del distretto, facendovi condurre per smerciarle le loro pannine; inoltre diversi biavaroli della Valle Cavallina con le biave, gli abitanti del distretto e i malghesi con molte bestie.

Tuttavia, in detto mercato non si smerciano tutti i prodotti lanieri di Gandino. Soltanto le fabbriche più piccole e scarseggianti di capitali vi ricorrono. I negozianti e fabbricatori di classe vendono quasi tutti i loro prodotti nei diversi paesi e città della Repubblica e all’estero, a lungo respiro di pagamento. Ordinariamente nel mese di aprile di ogni anno ritirano le commissioni, per compierle nella fiera di Bergamo. Nel mese di dicembre fanno i loro viaggi per le riscossioni, come pure in aprile per lo stesso motivo e per ricevere commissioni.

Gli altri fabbricanti dei paesi circonvicini del distretto smerciano sul nostro mercato la maggior parte dei loro prodotti. Nessun mercante lontano conduce merci sul detto mercato. Quelli che concorrono alla fiera di San Giuseppe sono i soliti che girano con le loro merci nei diversi comuni del Dipartimento, alle solite epoche fissate dal costume”.

La notizia è interessante e ancor più preziosa, perché in genere i documenti ufficiali dell’epoca, non diversamente da quelli dell’antico regime veneto, sono molto avari nel riferire certi fatti e fenomeni della vita economica, quali appunto i mercati e le fiere. Lo Statuto di Gandino del 1460, ad esempio, non fa menzione delle fiere di San Giuseppe e dell’Assunta o dì mezzo agosto, anche se dalle partite di spesa dei Libri caniparum si ricava che quest’ultima già nel secolo XV era molto frequentata e conosciuta anche al di fuori degli angusti confini della Valle.

Semplicemente questa non era materia statutaria; perciò gli amministratori nostrani non se ne occuparono più di tanto, se non per quel che poteva investire l’ordine pubblico e la sanità. Della fiera di San Giuseppe cominciarono ad interessarsi almeno tre secoli dopo, segno che la sua importanza era rimasta limitata. Del resto anche il culto del Santo fu introdotto ufficialmente dalla Chiesa con molto ritardo, offuscato com’era il suo nome da quelli ben più famosi della vergine consorte e del figlio putativo. A Gandino solo a partire dal 1518 si pose mano alla costruzione dell’oratorio di San Giuseppe, e bisogna attendere la fine del secolo, perché il nome dell’oscuro sposo di Maria incominci a interessare l’onomastica locale.

La fiera di San Giuseppe non può quindi essere anteriore al secolo XVII. Ciò non significa che non si tenesse anche prima, con altro nome e diversa funzione. Tipologicamente essa rientra nella variegata fattispecie delle fiere di mezza quaresima presenti un po’ ovunque ab immemorabili soprattutto nelle aree montane, in particolare nei paesi tedeschi. Le fiere di Bolzano, ad esempio, erano frequentate dai mercanti gandinesi, che nel 1487 vennero ingiustamente arrestati e imprigionati per ordine di Sigismondo, arciduca d’Austria e conte del Tirolo. La loro origine si ricollega ad antichissimi riti propiziatori legati alle primavere sacre, cui solo successivamente si sovrapposero elementi cristiani, che ne snaturarono il contenuto originario, conferendo loro caratteri e finalità affatto diversi.

Erano le sagre della primavera, celebrate come il perenne trionfo della vita sulla morte, e il risveglio della natura ne rappresenta il segno più tangibile. La fiera, elemento economico inserito in un contesto sacrale, coniugava il trascendente con la realtà immanente di ogni giorno. Per la fede cristiana la resurrezione del Cristo rappresenta per antonomasia la vittoria sulla morte e l’inizio della vera vita. Perciò l’antichissimo substrato cultuale pagano poté agevolmente servire al cristianesimo per innestarvi i suoi riti, piegandolo in tal modo alle nuove esigenze. Non per nulla la fiera di San Giuseppe cade in quaresima, e sempre in quaresima cadevano le antichissime usanze paganeggianti, che fino agli inizi del nostro secolo la accompagnavano, con particolare riguardo alla Settimana Santa.

Il fondo ancestrale di tradizioni non era stato distrutto, solo aveva mutato carattere. Consideriamo ad esempio la curiosa tradizione dell’Incontro di Oge (‘ndà ‘ncuntra a Oge), sopravvissuta fino alle soglie di questo secolo. La sera della vigilia della festa di San Giuseppe un vecchio trasandato e male in arnese, a metà strada fra l’istrione e la macchietta, faceva il suo ingresso in paese a cavallo di un asino, accolto con baie e fischi dalla ragazzaglia e oggetto di scherno da parte degli adulti. Alla luce delle torce veniva accompagnato fino alla piazza del comune, dove lo strano corteo si scioglieva. Lungo tutto il percorso il vecchio sopportava pazientemente gli scherzi e gli insulti, conscio di recitare una parte, di cui ormai nessuno, nemmeno il protagonista, conosceva il senso recondito. Oge è forma arcaica dialettale di Giuseppe; ma il personaggio rappresenta senza dubbio qualcosa d’altro, che affiora dalle profondità di un passato remoto e dimenticato, affatto estraneo al cristianesimo. E’, l’inverno deriso e strapazzato dalla comunità che festeggia in una sorta di manifestazione corale l’avvento della stagione nuova ormai nell’aria.

A differenza della fiera dell’Assunta che subì col tempo un progressivo declino, fino a scomparire del tutto, quella di San Giuseppe continuò a prosperare fino ai nostri giorni, attirando un numero sempre più crescente di visitatori e di venditori. Già nella seconda metà del secolo XVIII sorgevano problemi di ordine pubblico per il grande concorso di persone, tanto da indurre gli amministratori del tempo a chiedere ai Rettori di Bergamo l’invio di soldati a cavallo con il compito di svolgere azione di vigilanza e di prevenzione. Nella seduta del 18 marzo 1787 il Consiglio di Credenza di Gandino deliberava di “spedire Giacomo di Ghirardelli a Bergamo con letera per acordar […] la venuta di soldati n°. 4 a cavallo, che siano qui dimani per tempo ad assistere in fiera, per ovviare a qualunque criminoso accidente, che potesse [ .. 1 nascere nel concorso de’ forastieri […]“. Sette giorni dopo (25 marzo) venivano liquidate le spese in ragione di lire 68: 10 con unica bolletta intestata a Giovan Battista fu Francesco Radici, che aveva anticipato il tutto.

Più precisamente “£. 50 pagate a soldati n°. 4 a cavallo qui venuti nella festa prossima passata del Patriarca S. Gioseppe, che hanno assistito in tempo di fiera per ovviare a qualunque criminoso accidente che vi poteva nascere nel concorso de’ forastieri, £. 11 pagate all’oste per stallazzi de’ loro cavalli, £. 5 pagate a Giacomo Ghirardelli, spedito a Bergamo per procurare la loro venuta. e £. 2 :10 spese per avere licenza del loro distaccamento dal loro Quartiero”. 

 

La prudenza non era eccessiva, perchégià in passato si erano verificati dei disordini. Ad esempio nella fiera del 1700 era stato arrestato “un huomo forastiero per borsarolo […] et chiuso in una bottega in piaza sotto il Palazzo” e, nell’attesa che venisse consegnato all’autorità giudiziarìa, il Consiglio di Credenza, “per quello assistere acciò non scappa” aveva “provisto sette soldati da assisterlo, con darli soldi cinquanta l’uno tra giorno e notte a raggion di giornata”. 

Ben più grave il fatto occorso nel 1707, quando certo Giovanni Luiselli di Comenduno aveva sparato due archibugiate sulla piazza del comune. I consoli Giovan Maria Andreani e Antonio Mosconi, dopo “haver tocato la campana a martello et haver serato” il colpevole, lo consegnarono “alli infrascritti caporali e soldati” con l’ordine “di custodirlo per consegnarlo alla giustitia”: Gaetano Bonari e Giovan Battista Salvatoni, caporali; Pietro di Francesco Loverini, Gaetano fu Innocenzo Foresti, Giuseppe di Francesco Merelli, Teodoro fu Antonio Alessandrini, Pietro di Marco Rosi, Andrea di Gandino Crotti detto Chigio, soldati. Altri tempi, è vero; ma in fondo non molto diversi dai nostri. Mutatis mutandis, ovviamente! Pietro Gelmi e Battista Suardi

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