Casetù, castegne – Castagne in Bergamasco

Casetù, castegne Castagne in Dialetto Bergamasco

“Fa sö i casetù”, oppure “fa o ‘l cassulì”, sono due locuzioni dialettali ormai piuttosto rare che stanno ad indicare il bambino che fa la smorfia del pianto, fa il broncio o il musetto. Letteralmente si indicherebbe il guscio della castagna aperta così come l’atteggiamento delle labbra aggrinzate del bambino che sta per piangere.

Il frutto della castagna, viene chiamato “castégna” e fin qui niente di eccezionale. Interessante è invece scoprire la denominazione delle parti del frutto: il riccio “rès”, la buccia “gös o rösca”, la pellicina di cui è velata “pelisina o zia”, il fondo dove la castagna sta attaccata al riccio “cül”.


Non son certo da dimenticare le “castégne peste” ossia castagne secche pelate che venivano mangiate sia crude che cotte, mentre la “la castégna gingia (o d’India)” è il frutto non commestibile dell’ippocastano. A proposito di ciò, secondo l’antica tradizione contadina, per evitare di prendersi il raffreddore, si portavano in tasca per tutto l’inverno tre o quattro di questi frutti. Provare per credere!


E, per concludere, in corrispondenza della festa di S. Antonio Abate,il 17 gennaio, a Bergamo resiste ancora la tradizione delle bancarelle che vendono i “biligòcc” che sono castagne lessate con il guscio ed affumicate perché prosciughino e si conservino per mangiarle senza altra cottura. E’ questa una tradizione antichissima e popolare nella quale il frutto viene anche confezionato come una collana “filsa de castégne o culana” nella quale le castagne sono come cucite assieme con uno spago sottile formando una lunga fila.

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