1666 VOLTE NATALE

È da circa il 350 d.C. che la Chiesa istituì il Natale, in sostituzione della festa del solstizio d’inverno, dedicata al dio Sole. La tradizione, così radicata in Europa, è forse la ricorrenza più sentita nell’arco dell’anno. Ovunque, le sere che precedono il Natale, si accendono di luci e vividi colori quasi per un nostro bisogno fisico di invocare nelle notti più lunghe e fredde dell’anno il rianimarsi del calore del sole.

duomo natale

Per le antiche religioni i moti celesti erano gli unici che garantivano un principio d’ordine nell’imprevedibile scorrere degli eventi. Tuttavia nei giorni dopo il solstizio d’inverno (21 dicembre) avveniva (e avviene) un fenomeno particolare: il sole, giunto al suo percorso più corto nel cielo d’inverno, sembra per una decina di giorni nascere sempre allo stesso punto, senza dare il via al percorso a ritroso e all’allungamento delle ore di luce. Era un momento critico, che faceva temere il prolungarsi all’infinito dell’inverno. Ecco allora l’accendersi di fuochi e luci, di festeggiamenti e di canti, per propiziare la vittoria del sole sulle tenebre, della vita sulla morte. Far cadere proprio in quei giorni la nascita di Cristo e la rigenerazione dell’umanità favorì l’accettazione della nuova fede e la graduale cristianizzazione dei rituali pagani. Eppure tracce degli antichi riti riaffiorarono nella cultura tanto ecclesiastica che popolare.

L’eremo, un orologio solare

Il divino messaggio solare viene straordinariamente evocato nelle chiese romaniche, perfettamente allineate ai cicli solari.

Cripta di San Glisente

Cripta di San Glisente

Nell’eremo di San Glisente a 2000 m sopra la Valcamonica (X-XII sec.), il mattino del 21 di dicembre un filo di luce del sole nascente penetra miracolosamente da una finestrella nel cuore della cripta. Un segnale di luce straordinario, intenzionalmente predeterminato, quanto impossibile da cogliere da anima viva, perché da sempre gli alti pascoli, abbandonati in autunno dai pastori, rimangono innevati e deserti fino a primavera (anche se oggi pochi ed intrepidi valligiani passano la notte in quota per assistere allo spettacolo).

Il fuoco pagano

La magia della luce si ripete in un’usanza popolare. A Natale si accende il ceppo che deve bruciare ininterrottamente fino a capodanno, simbolo al contempo ambivalente di morte e consunzione e insieme di purificazione e rinascita. Alcuni tizzoni vengono raccolti e deposti nei campi o sull’uscio di casa a protezione dai malefici.

fuocosacro

Anche i roghi della vecchia e dei fantocci che partono dal 5 gennaio (esattamente allo scadere dei dieci giorni critici dalla notte di Natale) sono eco dell’antichissimo culto pagano di eliminazione del male dell’anno trascorso, per lasciare libera la strada a un nuovo ciclo vegetativo. Perfino il fascino della fiamma di innumerevoli candele sull’albero di Natale di qualche decennio fa, come i led di oggi, raccontano del medesimo desiderio di calore e rinnovamento.

L’enigma del dono

Alla gioia della luce si affianca la tradizione di fare un dono. Originariamente era di natura alimentare, simbolo augurale di futura prosperità e abbondanza, offerto proprio nel momento in cui le scorte di cibo iniziavano a scarseggiare. Il panettone e il grandioso pranzo di Natale ne rappresentano la versione odierna.

Anche se non ce ne accorgiamo, al pari dei nostri antenati e nonostante i secoli trascorsi, restiamo figli della luce e proseguiamo sul cammino di ritualizzazione: la trasformazione del culto, capitata alle divinità romane, si è ripetuta sotto i nostri occhi. Nel Novecento San Nicola, Santa Lucia, Gesù Bambino si sono gradualmente laicizzati, esattamente come è successo a tutta la nostra società, e nei supermercati, per strada, nelle pubblicità vestono ora i panni di Babbo Natale.

Tuttavia, nel cuore dell’infanzia, la magia dell’attesa e la gioia per un evento unico nell’anno, rimangono intatte. Chiedeva a un bambino una maestra: “Credi in Dio?” .

La risposta fu: “In Dio non so perché non l’ho mai visto, ma a Babbo Natale sì: ho le prove!”.

Giovanni Mocchi

 

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