ll dialetto Bergamasco

Oggetti, cose o situazioni varie, per il dialetto bergamasco rientrano tutti in un unico termine: “Laùr”.

Il termine vale per mille occasioni, anche se il senso cambia a seconda del tono della voce. Vediamone alcune: “L’è ü laùr de negòt” (è una cosa da niente, di poco conto). Quando qualcosa non è chiaro, la domanda spontanea è: “Cos’éi chi laùr lé?” (Cosa sono quelle cose?). La donna indaffarata nelle faccende domestiche sbotta dicendo “Gh’ò tace de chi laùr de fa” (ho tante di cose da fare). Se invece le cose da fare sono un’invenzione per portare delle scuse, allora si dice “i è töcc laùr che ansa”. Di fronte a un racconto che ha dell’incredibile, o ad un fatto eccezionale l’esclamazione più usata è “laùr de màcc” (cose da matti), o addirittura “laùr de campana a martèl” (cose da campana a martello). C’è allo scopo da precisare che, il suonare la campana a martello era il segno per chiamare a raccolta tutto il paese per un avvenimento o per un una disgrazia eccezionale.Per le cose da dire in confidenza, l’interlocutore inizia il discorso dicendo “Gh’avréss ü laùr de dìt” (avrei una cosa da dirti). Se invece le notizie sono brutte allora si dice “Gh’ò de dìt di bröcc laùr”. (Ho da dirti delle brutte cose). Le cose fatte male possono essere definite “laùr chi fa pietà ai plòcc”, mentre le cose ridicole “laùr che fa grignà i póe” (cose che fanno ridere i polli). Ma, pur essendo attenti e perfezionisti, si tende sempre a sbagliare qualcosa, allora il proverbio sentenzia: “Töcc i laùr bisognerèss podì fài du olte” (Tutte le cose bisognerebbe poterle fare due volte). Un altro proverbio si riferisce alle cose inutili da fare e le sintetizza così: “Trì i è i laùr inötei a fa:pertegà i nus, fa vià la néf, copà la zét” (tre sono le cose inutili da fare: abbacchiare le noci, spazzare la neve, ammazzare la gente). Decidete voi se sia vero o no! Tuttavia, anche al giorno d’oggi, le noci cadono da sole, la neve prima o poi si scioglie da sé e gli uomini muoiono da soli….

Per concludere, riporto un altro proverbio con il quale si voleva evidenziare cose che stanno male a vedersi: “Trì i è i laùr che stà mal: ü prét a caàl, ü soldàt co l’ombrèla, ü marà ‘n timunèla” (tre sono le cose che stanno male a vedersi: un prete a cavallo, un soldato con l’ombrello, un contadino – marrano – in calesse).

Rubrica a cura de Giulià Tudeschì

 

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