Annoiare, seccare, balbettare e altro in Dialetto bergamasco

Dialetto bergamasco a cura di Giuliano Todeschini

Annoiare, seccare, infastidire, tutte cose similari alle quali spesso siamo costretti da interlocutori pedanti; nel nostro dialetto in una simile situazione si dice:

“to ma stöfet, to ma pecèt, to ma storèt”, o anche “ to ma fè gnì pecio”

Dialetto Bergamasco

Non sono affermazioni molto eleganti ma, come si sa, la parlata dialettale vuole andare diritta al sodo senza tante vie traverse.

Pensando al parlare, mi viene in mente il difetto, non so se più buffo o più penoso, di chi balbetta.

In bergamasco per definire questo difetto si usano tre o quattro diversi verbi:

“betegà, conchetà, tartaià” e a volte anche “basgiotà”.

Già leggendo i termini viene da sorridere, non tanto per mancanza di rispetto verso colui che è affetto suo malgrado da questo difetto, ma per quante volte il parlare con un balbuziente può creare delle situazioni ridicole.

Tante di queste figure sono sapientemente collocate in commedie dialettali spassosissime.

Le balbuzie così come certi ritardi mentali erano assai frequenti nella popolazione contadina, questi soggetti, i più carenti, venivano definiti “martèr” oppure “poèr martèr” e purtroppo, spesso presi di mira dalle burla dei ragazzotti buon temponi.

Ma “martèr” significa anche uomo ingenuo, sempliciotto, ma di sani principi.

“Che martèr ca to sé!” è un’affermazione che identifica un ingenuo che magari non fa valere i propri diritti, oppure si impegna senza essere riconosciuto e proprio per questa sua condizione, viene prevaricato da chi è più astuto di lui.

Parlando del mondo del lavoro che, secondo la tradizione bergamasca era, assieme alla religione e la famiglia uno dei capisaldi su cui poggiava la sana morale, si diceva “lè ü laurentù” (è un gran lavoratore), oppure “al sa fà mìa rüsà” (non si fa pregare), “la gà manca mìa la oia dè laurà” (non gli manca la voglia di lavorare).

Erano tutte locuzioni che indicavano il grande pregio di darsi da fare e di adattarsi a tutti i lavori perché, si diceva anche :

“ol laur piö bröt, lè ìga mìa oia de laurà” (la cosa più brutta è non aver voglia di lavorare).

Già! Uno può fare anche il mantenuto, ma per quanto?

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